Recensione Destroy All Humans! – Quindici anni e un po’ sentirli

Recensione Destroy All Humans! – Quindici anni e un po’ sentirli

Recensione Destroy All Humans!

Non so voi, ma sto apprezzando molto i restauri prodotti da THQ Nordic. Non importa che non siano perfetti, è importante che esistano. E poi, il fatto che l’azienda punti a titoli del sottobosco, rende queste operazioni imprevedibili. Non mi stupirei se un giorno vedessi il ritorno di Asterix e il Folle Banchetto, Bugs Bunny Lost in Time o magari (magari!) di Hogs of War. Insomma, è bello poter far viaggiare la mente nella consapevolezza che quei sogni potrebbero chissà, diventare realtà. Per il momento godiamoci l’inaspettato rifacimento di Destroy All Humans!, protagonista di molteplici pomeriggi di quindici anni fa.

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Editore THQ Nordic
Sviluppatore Black Forest Games, Pandemic Studios
Piattaforme PS4, Xbox One, PC Windows, Google Stadia
Genere Azione
Modalità di gioco Singolo giocatore
Lingua Testi in italiano
Prezzo 39,99€

In barba alla nostalgia, sono più numerosi i videogiochi che invecchiano male, che quelli che invecchiano bene. In effetti, Destroy All Humans! il peso degli anni lo sente, visti i passi in avanti compiuti dai videogiochi a mondo aperto. Viene da un’epoca in cui si stava sperimentando con il genere nelle più svariate salse, dopo che Rockstar Games ne aveva gettato le basi.

Pandemic Studios decise dunque di dire la sua con un protagonista alieno di una cattiveria spiazzante, immerso in una giocabilità al servizio di un motore fisico ai tempi notevole su PS2, che enfatizzava l’interattività ambientale: attraverso la telecinesi ci si divertiva a scagliare in aria i poveri esseri umani, mentre col potere esplosivo della dotazione extraterrestre si poteva distruggere qualsiasi cosa, palazzi inclusi. Ecco perché fece presa sul pubblico, e perché ne furono sviluppati diversi seguiti, con un ultimo capitolo di dodici anni fa così stanco che fermò la saga.

Il rifacimento di Destroy All Humans!, a opera di Black Forest Games, mira a riportare in auge la serie e ricompila l’intero gioco con la potenza dell’Unreal Engine 4. Non ne ha beneficiato solo l’impatto estetico, ma anche le meccaniche stesse, per un lavoro di restauro a tutto tondo.

Sebbene le sequenze d’intermezzo siano state ricostruite, con tanto di regia praticamente assente nel precedente e alcuni dialoghi lievemente diversi, la storia è naturalmente rimasta la stessa, quella di un alieno, Crypto, intento a distillare il DNA di Furon dai cervelli umani, un elemento imprescindibile per garantire l’eterna clonazione alla razza aliena. I dialoghi sono pieni zeppi di prese in giro all’America degli anni ‘50 e oltre, alla miopia, testardaggine e alla follia del sogno americano, portate ovviamente all’estremizzazione, da cui spiccano decine e decine di battute sul comunismo. È una trama semplice ma ricca di momenti che vi strapperanno un sorriso, con qualche punta di politicamente scorretto che danno più carisma al tutto.

La struttura invece si rifà agli stilemi delle macro-zone, dove appunto missioni principali e secondarie sono ben separate, e prendono vita, appunto, su territori più o meno ampi, attraversabili liberamente. Si può avviare il compito primario dal menù, o rigiocare quelli già completati, oppure esplorare l’ambiente avviando le attività secondarie, recandosi sul posto. Le macro-zone citate, come anticipato, non sono né troppo grandi, né troppo piccole, e fanno da terreno fertile di distruzione.

In prima battuta la dotazione sarà minima, con un fucile elettrico abbastanza scarno a fare da punta di diamante dell’equipaggiamento, per poi espandersi completando le missioni con nuove diavolerie, alcune del tutto inedite, aggiunte nel rifacimento. Adesso Crypto può anzitutto attivare le abilità contemporaneamente, senza dover sceglierne una alla volta, cosa appunto impossibile nell’originale. Dopodiché, fanno capolino un paio di mosse extra, una per portare gli avversari dalla vostra parte per una manciata di secondi, l’altra per trasformare gli oggetti inanimati in munizioni, così da non rimanere a secco.

La miglioria più netta emerge però dalla mobilità, che conta sull’introduzione dello scatto e del cosiddetto Skate, ovvero una sorta di skateboard d’energia col quale attraversare gli ambienti più velocemente. Lo stesso jetpack, strumento chiave del gioco, risulta più semplice e flessibile da utilizzare rispetto al passato. Come se non bastasse, anche il numero di potenziamenti acquistabili è stato ampliato, passando da 18 talenti a ben 66: il Furon raccolto lo si spende presso vari bonus passivi che incrementano le prestazioni in campo sia di Crypto, che della sua temibile navicella.

Se c’è una cosa che è rimasta invariata, quella è lo svolgimento delle missioni. Buona parte degli obiettivi vertono su istruzioni da seguire alla lettera, spesso incentrate sull’intrusione all’interno di zone prendendo in prestito le sembianze di un umano. Per quanto l’idea sia ingegnosa, tende a essere ripetitiva a lungo andare e va inevitabilmente in conflitto con le fasi distruttive, che sembrano avere meno respiro rispetto alle sezioni in cui ci si camuffa. Il concetto di travestimento purtroppo si limita al solo aspetto e non fornisce situazioni troppo diverse dall’attraversare luoghi senza dare nell’occhio.

Quando invece si passa all’azione, è lì che Destroy All Humans! dà più soddisfazioni, anche se non mancano delle criticità. L’aggancio dell’obiettivo e il rispettivo puntamento non sono così precisi come sperato, e, alle volte, scagliare un oggetto contro un nemico non è sempre un successo, una problematica alimentata pure da collisioni scivolose, specie quando uno dei due elementi viaggia a grande velocità.

In generale, nelle circa sette ore necessarie a terminare l’avventura, si contano meno situazioni davvero frizzanti in termini di interattività rispetto a quelle più acquietate, e anzi, spesso ci si sente stretti da regole stringenti dovute, appunto, ad obiettivi eccessivamente lineari. Come se non bastasse, sono stati inseriti dei bonus di DNA Furon se completati in maniera ancora più didascalica, tipo sconfiggendo i nemici con un’arma specifica o utilizzando gli esplosivi. Insomma, ulteriori istruzioni che vincolano il giocatore lungo un percorso che invece avrebbe beneficiato di una libertà maggiore. Per dire, anche la navicella ha un ruolo marginale, la si usa troppo poco nonostante porti in campo della varietà. Certo, il movimento è vincolato a precisi spazi e la dotazione di armi non fa gridare al miracolo, ma scagliare macchine in aria con il raggio gravitazionale, e ridurre in macerie i palazzi delle città, nella comodità del proprio bolide volante, diverte proprio come quei pomeriggi di quindici anni fa. Non a caso, continuiamo a preferire le semplici scampagnate senza meta lungo le squisite regioni del mondo, distruggendo qualsiasi cosa capiti a tiro, per poi dedicarsi a qualche attività collaterale, come le gare di raccolta oggetti o l’assurdo lancio della mucca.

Inoltre, per sottolineare l’attenzione riservata a questa operazione di restauro, vale la pena segnalare l’aggiunta di una nuova missione, The Wrong Stuff, ritrovata nelle linee di codice dell’originale, ma mai ultimata. Black Forest Games quindi ha ben pensato di ripescarla e di costruirla, mettendo in piedi un livello non troppo lontano dagli altri, che chiede al giocatore di eliminare tre obiettivi sfruttando delle interazioni ambientali.

Infine, la ricostruzione grafica è senz’altro l’aspetto che splende di più, soprattutto per l’intelligente scelta di dipingere i nuovi modelli con una palette cromatica più vivace rispetto al passato. I personaggi brillano per un dolce aspetto simile alla porcellana, mentre Crypto non è mai stato così espressivo. Anche le ambientazioni esplodono di dettagli e di colori, dall’Area 42 (sì, 42) alla fattoria Turnipseed, fino a Santa Modesta, tutte le regioni godono di un restauro davvero ben fatto, dove qualsiasi aspetto ha ricevuto un degno trattamento di cura, effetti particellari inclusi: bruciare il terreno con il raggio infuocato del disco volante sarà la vostra nuova attività preferita.

Lo abbiamo provato su PS4 Pro, dove si comporta molto bene, anche se purtroppo soffre di piccoli caricamenti in ritardo dei materiali, piaga dell’Unreal Engine 4 qui non ben mascherata, ulteriormente inficiata da apparizioni improvvise di elementi lontani. I fotogrammi al secondo si aggirano intorno ai 30, con qualche sporadico calo qua e là assolutamente trascurabile. Ci siamo dilettati anche per un’ora con la versione PC e una macchina dotata di GTX 1070: impostando ogni opzione grafica al massimo, in risoluzione Full HD, la produzione si muove a 100 fps, ma i filmati rimangono fissi sui 30. I materiali non superano di molto la qualità di quelli visti su console, sebbene non soffrano dei ritardi menzionati. Dell’audio spicca il doppiaggio in inglese, efficace ed estroso, con voci azzeccatissime.

7.5

Giudizio Finale

Quello riservato a Destroy All Humans! è uno dei rifacimenti più ricchi dell’ultimo periodo. La grafica è stata ricostruita da zero, le meccaniche hanno subito una revisione e persino i contenuti risultano ampliati, con un’espansione dei potenziamenti e con al fianco una nuova missione. Peccato debba sottostare ad alcune imprecisioni nella giocabilità e a regole limitanti di missioni principali che non valorizzano al meglio la varietà, grana che mette in luce l’età del titolo. Al netto delle criticità, il lavoro di restauro è davvero lodevole in termini di impegno e rispetto.

PRO CONTRO
  • Buona ricostruzione grafica
  • Migliorie nelle meccaniche
  • Nuovi contenuti
  • Imprecisioni nel puntamento
  • Fisica alle volte scivolosa
  • Missioni troppo stringenti

Trailer

Immagini

Screenshot PC



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