The Last of Us Parte II è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato

The Last of Us Parte II è un pugno allo stomaco che lascia senza fiato

Mettiamo in chiaro una cosa: The Last of Us è stato un videogame unico, come non ce n’è mai stati altri. E il presupposto era di quelli che lasciano il segno. Il Cordyceps è un fungo parassita che esiste in natura: “quando entrano in contatto col corpo dell’ospite, le spore germinano e penetrano nell’insetto. Il fungo si propaga poi in tutto il corpo e finisce per ucciderlo in pochi giorni. Quando è morto, il micelio riempie completamente il corpo, che dall’esterno sembra normale, come mummificato. Il fungo così aspetta che vi siano condizioni favorevoli per fruttificare”. Il virgolettato è d’obbligo perché quanto scritto non è un’invenzione degli sceneggiatori: il Cordyceps esiste realmente e quanto riportato è estrapolato da Wikipedia.

IL SALTO ALL’UOMO – The Last of Us dunque partiva dall’idea che questo fungo facesse il salto dagli insetti all’uomo. Un tema che nel 2013, quando il videogioco esordì in esclusiva su PS3, face un certo effetto; e che oggi, in epoca di COVID-19 e di virus che fanno il salto dagli animali agli uomini, mette una certa inquietudine. I Naughty Dog (gli sviluppatori di Uncharted) immaginarono così che gli uomini infetti dal Cordyceps si trasformassero in zombie. E che più il fungo s’impossessava dei loro corpi, più li trasformava in creature mostruose e letali. Come ben sappiamo, però, in un mondo portato al collasso il vero pericolo è rappresentato dai superstiti. Perché homo homini lupus e quel che conta è sopravvivere. Un giorno dopo l’altro.

JOEL ED ELLIE – Il primo The Last of Us raccontava la storia dell’uomo Joel e della bambina Ellie. Il primo, disilluso e distrutto dalla perdita della figlia, rimasta uccisa mentre il mondo crollava; la seconda, un prodigio, un miracolo della natura, l’unica al mondo ad avere gli anticorpi per non trasformarsi in uno zombie dopo essere stata morsa o aver respirato le spore del Cordyceps . The Last of Us era un videogioco on the road, che raccontava il viaggio da un lato all’altro dell’America per portare Ellie all’ultimo ospedale rimasto, in cui studiarla per ricavare un antidoto in grado di salvare l’umanità. Ma le cose non andarono come previsto e la conclusione è forse il miglior finale nella storia dei videogame, uno schiaffo in faccia al giocatore che vedeva Joel passare da eroe ad antieroe in uno schiocco di dita. Perché c’è una soglia del dolore oltre cui nessuno può spingersi e Joel si dimostrava un semplice uomo, con le sue paure e le sue debolezze.

THE LAST OF US 2 – Sette anni dopo e ancora una volta alla fine del ciclo vitale di una console di Sony (all’epoca c’era la PlayStation 3), Neil Druckmann, regista e sceneggiatore dell’originale, è chiamato al difficilissimo compito di ripetersi. E ci riesce. The Last of Us Parte II trascende infatti il proprio medium come solo Red Dead Redemption 2 è riuscito a fare. È un’opera cui l’etichetta di videogioco sta stretta: potrebbe essere uno splendido film o un’avvincente serie televisiva. Se ne potrebbe ricavare un libro in grado di rivaleggiare con ‘La strada’ di Cormac McCarthy (premio Pulitzer nel 2007, per la cronaca), mentre la colonna sonora di Gustavo Santaolalla vive di vita propria, regalando all’ascoltatore atmosfere uniche.

PER ADULTI – Ma non è per tutti. The Last of Us Parte II è uno dei videogiochi più adulti che si siano mai visti, le cui sfumature sono apprezzabili essenzialmente da un pubblico maturo. Complice anche un comparto tecnologico sbalorditivo, i volti dei protagonisti sono di un’espressività mai vista prima, col risultato che il detto e il non detto si equivalgono, e che le parole diventano superflue in presenza di certi silenzi e di certi sguardi. Non solo: questo capitolo, più ancora del suo predecessore, si diverte col giocatore come il gatto fa col topo. In alcuni momenti prima sembra accarezzare e poi colpisce duro; infonde una sensazione di falsa sicurezza e, in una frazione di secondo, ci si trova a lottare per la vita. L’intelligenza di Neil Druckmann è poi tale da farsi beffe di alcune delle convenzioni dei videogame, smontandole e ricostruendole per spaventare l’incolpevole giocatore. Ne deriva che The Last of Us Parte II in alcuni momenti inquieta come solo Silent Hill 2 riusciva a fare, ed è anche incredibilmente violento. Che i bambini ne stiano alla larga, insomma.

POLEMICHE – Il lancio di The Last of Us Parte II è stato accompagnato da furibonde polemiche. Vuoi per gli straordinari cui sono stati costretti gli sviluppatori, vuoi per il finale trapelato in rete (ma è difficile farne una colpa agli sviluppatori), vuoi soprattutto per la giovane Ellie che, crescendo, si scopre omosessuale. Un’evoluzione questa che ha preso contropelo le frange più tradizionaliste dei videogiocatori: ce n’era davvero bisogno, hanno chiesto a gran voce sui social? In realtà la storia avrebbe retto ugualmente anche se Ellie fosse stata eterosessuale. Ma è altrettanto vero il contrario: perché no? Oggettivamente i gay trovano una scarsissima rappresentazione nei videogame, quasi non esistessero. E l’omosessualità di Ellie è raccontata con eleganza, senza essere mai ostentata. Il gioco è anche un elogio al “girl power” che tanto va di moda a Hollywood, e gli uomini qui si riducono a comprimari. Dove invece non ci ha convinto Druckman (che si concede anche un’escursione in sinagoga) è nell’affrontare il tema del cambio di sessualità, che nella trama viene introdotto un po’ a forza. Chiudiamo con un’osservazione: nel corso della storia s’incontrano protagonisti di tutte le etnie ma, stranamente, gli unici personaggi di colore che ricordiamo fanno parte dei cattivi. Un’involontaria gaffe per un gioco così attento alla correttezza politica.

IL GIOCO – Soffermarsi sull’indole LGBT di The Last of Us Parte II sarebbe però un errore. Perché dal punto di vista ludico il prodotto riprende l’originale e lo migliora in quelli che erano i suoi punti deboli, ossia la linearità e la credibilità dei personaggi gestiti dall’intelligenza artificiale. Ora il gioco prende le già ariose ambientazioni di Uncharted 4 e le amplia ulteriormente, lasciando la scelta se tirare dritto o esplorarle a fondo. E rende più credibili i nostri alleati e i nemici, che si potranno anche indurre a combattere tra loro. Come sempre l’approccio stealth è consigliabile, soprattutto ai livelli di difficoltà più avanzati, ma l’arsenale a nostra disposizione non è mai stato così ampio. Se proprio vogliamo essere critici, ci saremmo aspettati più coraggio da Neil Druckman nell’abbandonare il sistema di crescita del personaggio, ormai inadatto alle ambizioni del gioco: davvero dobbiamo credere che basti ingoiare qualche pillola raccattata in giro per vedere la protagonista migliorare i propri poteri?

CONCLUDENDO – Con Ghost of Tsushima, in uscita il 17 luglio, The Last of Us Parte II porta la PlayStation 4 ai titoli di coda spiegando perché questa generazione di console sia stata vinta da Sony. Hai voglia a parlare di potenza di calcolo, come fa Microsoft, quando poi nel tuo catalogo hai esclusive come questa, Spider-Man, God of War e Death Stranding, per citarne alcune. E i Naughty Dog, in questo momento, brillano di una luce propria che finora abbiamo visto solo in Rockstar, capace di regalare momenti magici, sceneggiature di spessore, dialoghi credibili e recitazioni cinematografiche. Oltre a protagonisti sfaccettati, che crescono e maturano nel corso della storia, al punto che il modo in cui vedremo Ellie alla fine del gioco sarà diverso da come la pensavamo all’inizio; simmetricamente quelli che sembravano essere i cattivi seguiranno un percorso inverso, finendo con l’esserle quasi preferibili.

Mentre il primo The Last of Us raccontava la storia di una speranza tradita, qui la bugia di Joel sarà il peccato originale da cui scaturirà una trama incentrata sul rancore. Un rancore che svuoterà i protagonisti di qualsiasi energia, annientandoli e facendo perder loro l’umanità. Una spirale in cui precipiterà lo stesso giocatore che a un certo punto eroso dalla tensione, le proprie sicurezze consumate un salto sulla sedia dopo l’altro, ammorbato da un mondo in cui non vorrebbe mai vivere, inizierà a domandarsi perché stia continuando a giocare. Quando lo farà sarà però troppo tardi, perché Neil Druckman lo avrà già irretito e sottomesso psicologicamente. In quel momento non resterà che ricordarsi che è solo un videogioco e che la disperazione dei protagonisti in realtà non ci appartiene. E che le loro vite vuote e senza senso, aggrappate morbosamente alla vendetta per non affondare, non sono le nostre. Ma non sarà facile trovare la lucidità per farlo e, a ben guardare, è questa la vera forza del gioco.

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