Gli sforzi di Google per ridurre la frammentazione di Android stanno avendo successo? (foto)

Gli sforzi di Google per ridurre la frammentazione di Android stanno avendo successo? (foto)

Dopo che per anni sono stati un (deprimente) appuntamento fisso ogni mese, i dati sulla frammentazione di Android sono stati abbandonati da Google a maggio del 2019. Ad aprile, sono riemersi un po’ a sorpresa, sapientemente nascosti agli occhi dei comuni utenti all’interno di Android Studio, la suite di strumenti per gli sviluppatori. Da allora  a oggi non sono ancora stati aggiornati, segno che forse BigG non ha intenzione di spendere energie su una manutenzione regolare.

I numeri quindi sulla carta non sono diversi rispetto a quanto detto ad aprile, ma i colleghi di Android Authority hanno approfittato del silenzio per fare il punto della situazione chiedendosi se gli sforzi di Google hanno avuto effetto nel ridurre la frammentazione. Le risposte non sono così semplici, ma andando ad analizzare le cifre si può vedere come Android Pie e Oreo – le prime versioni rilasciate dopo l’avvento di Project Treble, il cui scopo era rendere più facili gli update per i produttori – abbiano in effetti ribaltato la tendenza negativa iniziata da Jelly Bean in poi.

C’è comunque da dire che Android Pie sembra aver raggiunto una percentuale più alta di dispositivi dopo 10 mesi dal lancio rispetto ad Android 10, segno che probabilmente c’è qualche altro fattore in ballo. Bisogna però dire che i dati in effetti sono fermi ad aprile, quindi non tengono conto dello spostamento che può essere avvenuto negli ultimi due mesi. Probabilmente la differenza può essere spiegata dalla quantità inferiore di smartphone nuovi (quindi aggiornati all’ultima versione di Android) venduti ogni anno. Non è un caso che la pur popolare famiglia Samsung Galaxy S20 sia riuscita a raggiungere solo il 60% di quanto fatto dai Galaxy S10 lo scorso anno.

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Le ultime versioni del robottino verde quindi sembrano riuscire a diffondersi con maggiore rapidità rispetto al passato. La cosa è particolarmente evidente guardando gli ultimi due grafici (sopra e sotto questo paragrafo): tutti i produttori (eccetto HTC), seppur con qualche alto e basso, fanno mostra di una bella scaletta. Anche se si tratta di valori medi, le realtà più virtuose appaiono OnePlus e Nokia che sono riuscite a fornire un aggiornamento ai propri top di gamma in tempi davvero rapidi. Più problematici invece i casi di Sony e Motorola, che pur rimanendo su valori bassi, vedono un andamento scostante. In generale però i tempi si sono più che dimezzati.

Gli sforzi di Google quindi sembrano aver prodotto risultati, ma il quadro appare così compromesso che non riescono ad avere un impatto risolutivo sulla questione. L’influenza sulle ultime generazioni di dispositivi appare positiva, però il mercato è sempre più pieno di smartphone di fascia media e bassa che spesso vengono aggiornati con tempi molto lunghi. L’obbligo di aggiornamenti di sistema per due anni mal si abbina con la tendenza da parte degli utenti di tenere più a lungo un telefono prima di cambiarlo con uno nuovo e il risultato è che un quarto di tutti gli Android sono fermi a Marshmallow o prima e rimangono privi delle patch di sicurezza.

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