Quanto ti costa, veramente, giocare gratis?

Quanto ti costa, veramente, giocare gratis?

Il Capitalismo di Sorveglianza e la diffusione del Ransomware appaiono come le
minacce più temibili all’inizio del nuovo decennio e sarà necessario tutto l’impegno e la coesione di una rete di professionalità di alto livello per mantenere accettabili i rischi”.

C’è molto del nostro futuro in questa frase riportata da Clusit, l’Associazione italiana senza scopo di lucro che si occupa di promuovere la Sicurezza informatica all’interno di aziende e organizzazioni. “Solitamente gli anniversari sono il momento dei bilanci: noi abbiamo imparato che da ora in poi potremo solo alzare la guardia”, ha dichiarato Gabriele Faggioli, presidente Clusit e, tra il resto, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Security&Privacy del Politecnico di Milano.

Alzare la guardia, si, perché nel nuovo decennio le minacce informatiche saranno sempre più subdole e mascherate. Già, mascherate da servizi, magari. Perché ok, i Ransomware sono dei virus, lo sappiamo: sono dei malware che bloccano il dispositivo colpito e chiedono un riscatto per liberare l’utilizzatore dalla frustrazione di non poter far nulla con la propria macchina. Ma tra le minacce peggiori, assicura Clusit, ce n’è una ancora più subdola, dal nome che può suonare, forse, un po’ strano: Capitalismo di Sorveglianza.

Del problema si parla già da tempo, ma il tema è diventato più popolare dopo l’uscita del libro di Shoshana Zuboff, docente di Harvard e autrice del saggio “The age of surveillance capitalism”, pubblicato in Italia con il titolo “Il capitalismo della sorveglianza“, 622 pagine edite da Luiss. Avete presente il recente adagio secondo il quale “se non stai pagando un prodotto significa che il prodotto sei tu”? Ecco, da qui parte il ragionamento del libro che analizza il sempre più accentuato fenomeno della cessione di dati in cambio di servizi partendo dall’assunto che “l’esperienza umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali”.

Pratiche commerciali che vedono muoversi abilmente le big del settore informatico, Google e Facebook in primis (peraltro ampiamente citate nel libro), maestri nell’offrire servizi gratuiti in cambio di qualche piccolo, banale, insignificante, dato personale. Almeno questo è quel che è convinto di fare l’utente normale, poco o per nulla consapevole che quei dati serviranno per produrre ulteriori prodotti e servizi indispensabili (e in qualche modo a pagamento) sulla base del profilo utente creato proprio con le informazioni cedute.

Un fenomeno dal quale non è esente il mondo dei videogiochi. Un esempio molto chiaro può essere quello di Pokemon Go, videogioco free-to-play basato su realtà aumentata geolocalizzata che spingendo i giocatori in giro per la città a caccia di Pokemon col proprio cellulare ha potuto monitorare orari, percorsi, scelte personali offrendo in cambio un semplice divertimento. Ora Fortnite, giusto per citare un titolo un po’ più conosciuto, probabilmente sta andando oltre.

E tutti gli altri servizi gratuiti legati al mondo del gaming? Tutti i servizi che consentono di osservare contenuti in streaming, in cambio raccolgono dati. “Alcuni di questi dati vengono usati per migliorare prodotti o servizi – scrive Shoshana Zuboff –, ma il resto diviene un surplus comportamentale privato” che un’intelligenza artificiale  trasforma “in prodotti predittivi in grado di vaticinare cosa faremo immediatamente tra poco e tra molto tempo”.

Più o meno quel che capita nel racconto di Philip K. Dick “Rapporto di minoranza” (che si può trovare, ad esempio, nell’antologia pubblicata da Fanucci editore nel 2016, “Tutti i racconti (1955-1963)”, 587 pagine) nel quale la Polizia è in possesso di uno strumento che le consente di prevedere* le intenzioni dei malviventi agendo quindi in modo da prevenire i crimini.

Ora, il libro di Zuboff non è stato, e non sarà esente da critiche. Mostrare un futuro plumbeo senza considerare che proprio la tanto vituperata rete consente di veicolare rapidamente informazioni da un utente all’altro, consente la nascita e la crescita di comunità di consumatori consapevoli, curiosi e informati, e sminuisce la “cessione” di dati personali in cambio di un servizio come una contrattazione reciprocamente vantaggiosa.

Certo, sapendo a che livello di profondità arrivano gli algoritmi attuali (per saperne di più il consiglio è leggere “La dittatura degli algoritmi. Il dominio della matematica nella vita quotidiana”, di Antonio Murzio e Chiara Spallino, ed. Diarkos, 128 pagine), capaci di proporci l’acquisto di quel prodotto del quale abbiamo appena finito di accennare tramite whatsapp ad un amico, c’è da restare sbalorditi. Tuttavia si tratta di suggerimenti dai quali siamo pur sempre liberi di lasciarci o meno condizionare. Ma contro questi sistemi di conditioning ci sono già degli antidoti: “I manipolatori tipicamente sfruttano l’ignoranza delle persone o le loro ‘debolezze’ comportamentali – ha scritto Cass R. Sunstein nel suo “On Freedom”, pubblicato nel 2017 e non ancora edito in Italia – evitando di sollecitare la loro capacità di riflessione e deliberazione”. L’antivirus con cui battere il capitalismo di sorveglianza è dunque già a disposizione, e si chiama cervello: basta dunque tenerlo acceso, anche quando si gioca.

 

*Una curiosità: in Italia, a Napoli per la precisione, è già operativo Xlaw, un algoritmo creato dall’ispettore superiore Elia Lombardo, in grado di prevedere in quali zone sarà commesso un determinato crimine. Il sistema in realtà si basa sulla statistica e proviene da un lungo studio criminologico che non ha nulla a che fare con l’idea alla base del racconto di P.K.Dick e dell’omonimo film con Tom Cruise.

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