Parnofiello: “Gli eSports una bolla? No, ma le cifre sono poco realistiche”

Parnofiello: “Gli eSports una bolla? No, ma le cifre sono poco realistiche”

A definire gli eSports come una bolla finanziaria, non ci sta. Pier Luigi Parnofiello, CEO di PG Esports, sa però che non è il caso di mettere la testa sotto la sabbia. Così, a domanda netta, risponde che “questi anni restituiscono cifre poco realistiche”, auspicando molto presto un ribilanciamento degli equilibri finanziari affinché gli eSports possano continuare a crescere, ma in modo più naturale. Abbiamo intervistato Parnofiello per conoscere i prossimi progetti di PG Esports. Il primo lo diamo subito: un terzo gioco affiancherà League of Legends e Rainbow Six: Siege entro un mese e mezzo. Ma gli obiettivi sono sul lungo periodo per consolidare un settore che, in Italia, è ancora di nicchia.

Prima di PG Esports, ha avuto un’esperienza in Riot Games (creatore di League of Legends, ndr). Di Teamfight Tactics cosa ne pensa? Ha la stessa potenzialità di League of Legends come eSport?

Sicuramente è una buonissima notizia per Riot Games in generale. Anche nella mia esperienza con Riot, c’erano molto nervosismo e pressione su cosa avrebbe fatto l’azienda dopo: cavalcherà League of Legends fino alla morte o, visto che cambiano molto in fretta i gusti e il modo di fare eSports, si rinfrescherà? Credo che Teamfight Tactics sia un bellissimo esperimento. È un prodotto molto verticale, di nicchia. Da una parte ha il vantaggio di avere una profondità enorme, dall’altra non credo che sarà un League of Legends 2, per intenderci. Da fuori, mi vien da dire che siano le prove tecniche di qualcosa di più grande che ancora deve uscire.

La caratteristica comune tra gli eSports più popolari è la loro gratuità. È questa la direzione da seguire?

Riguarda gli eSports e il giocare online. Anzi, tutto il mondo del gaming. Il concetto di pagare 70 euro per il primo approccio a un titolo è veramente obsoleto. Tanto quanto lo è andare nei negozi e comprare i prodotti a scaffale. Sono molto più a favore di questo approccio: il publisher o lo sviluppatore ti mette di fronte al suo prodotto e ti offre un’esperienza di diverse ore, anche centinaia. A quel punto, tu decidi quanto vuoi investire. Quindi è quasi nelle mani del giocatore la possibilità di investire uno, cento o mille euro sulla base di quanto è contento, della sua esperienza, di quanti dei suoi amici giocano e di quanto è soddisfatto del prodotto che ha in mano.

In Italia gli eSports è più facile che tocchino il grande pubblico rispetto al videogioco tradizionale?

Parto dal presupposto che siamo un popolo di tifosi. C’è di fondo questa passione per lo sport, che ha un retaggio antico. C’è questa voglia. Le generazioni future, ma anche chi è giovane oggi, consumeranno, guarderanno e tiferanno molto più gaming di calcio, basket o pallavolo. Mi viene da dire che la strada sia quella. Quanto ciò andrà a scardinare mostri sacri come il calcio è tutto da vedere, ma mi aspetto che un domani il primo tifoso sarà un tifoso di eSports e non di calcio, per esempio.

Crede che gli eSports diventeranno la disciplina olimpica?

Sono del partito che mai e poi mai un eSport dovrebbe diventare una disciplina olimpica. Non vedo un vantaggio per l’ecosistema degli eSports a entrare in quel mondo. Anzi, la vedo al contrario: il Comitato Olimpico può avere interesse a raggiungere il pubblico giovane. Il paragone poi tra eSports e sport tradizionali è molto debole: un conto è paragonare un titolo a uno sport, un conto è paragonare il calcio a tutti gli eSports. In questo momento gli eSports cosa sono, 15 titoli? Ci sono 10 publisher? È un mercato molto frazionato. Gli eSports andrebbero paragonati agli sport. Difficilmente, secondo me, ci sarà un vero modo di coniugarli. Se ne facciamo una questione di pubblico, sono abbastanza certo che la fruizione dei contenuti eSports supererà la fruizione di quelli tradizionali. Perché il modo di consumare un prodotto sta cambiando moltissimo.

Gli eSports in TV: sì o no? E se sì, come?

No praticamente al 90%. Prendere un contenuto che andrebbe su Twitch, YouTube o Facebook e disegnato per un’esperienza online e interattiva e buttarlo su un canale satellitare sarebbe un fallimento: non funziona, non c’è seguito e non vedo perché dovrei spostarmi. Stiamo facendo di tutto, come generazione e come operatori di business, per togliere quel pubblico dalla TV tradizionale, quindi riprendere un contenuto e buttarlo lì senza lavorarlo non ha nessun senso. Potrebbe essere interessante, ma purtroppo ancora in pochi lo stanno facendo, lavorare su contenuti di secondo o terzo livello. Non la diretta del match ma un’analisi pre-match, scommesse e quote; tutto quello che gira intorno alla performance in un formato smart, fruibile e, magari, on-demand. Lì c’è un’opportunità grande e sono stupito che nessuno la stia ancora valutando.

Se consideriamo i dati di AESVI, gli eSports in Italia sono una nicchia, seppure in forte crescita. Tra i vari aspetti quali i montepremi, la mancanza di infrastrutture e di supporto politico e una certa diffidenza verso i videogiochi in generale, quale sta bloccando maggiormente la crescita del movimento?

Tutte le cose che appena citate sono validissime e influenzano il percorso. La realtà dei fatti è che nessuna di queste cambierà la vita di noi che ci lavoriamo dentro. Oggi quello che manca è sicuramente professionalità nel settore. Sono poche le persone che fanno questo di mestiere. Non perché siamo una realtà scarsa di talento, ma perché nessuno sa fare questo mestiere. La gran parte dei ragazzi che lavorano nel mio team ha dovuto inventarsi un lavoro nuovo e sta imparando un po’ alla volta. Secondariamente, c’è grande scetticismo dal punto di vista della sponsorizzazione e degli investitori. Vanno introdotti e assicurati sul fatto che sia un buon investimento e che il ritorno sia altissimo, ma per fare questo ci vuole tempo. La nostra arena alla Milan Games Week si è chiamata Adidas Esports Arena. L’anno scorso e l’anno prima è stata PG Esports a mettere i soldi per far vedere cosa avrebbe potuto diventare. È tutto ancora poco stabile. Chi come noi ci ha messo del suo ora sta iniziando a vedere i frutti. Serviranno 5 o 10 anni per vedere una differenza.

In questo senso molti vedono gli eSports come una bolla: gli investimenti stanno molto più velocemente rispetto a quanto guadagnano le aziende che organizzano i tornei o i team che attivamente partecipano. Come la vede?

No, non penso che gli eSports siano una bolla. Penso però che questi anni restituiscano cifre poco realistiche. È un trend importante e che crescerà molto, ma in questa fase non c’è equilibrio tra chi investe tanto e chi investe zero. Ci sarà una sorta di normalizzazione della curva di crescita e poi ci sarà una ripresa. In questo momento molte cifre sono un po’ sparate a caso. A un certo punto verranno bilanciate e poi la crescita sarà esponenziale, ma sempre in positivo. I prossimi dieci anni vedranno ancora gli eSports protagonisti. Probabilmente l’equilibrio e la saggezza nell’investimento saranno maggiori.

Gli investimenti negli eSports paiono essere il mezzo preferito dalle aziende per raggiungere quel pubblico che sta lasciando la TV…

È questa la chiave. C’è una generazione che consuma 7-8 piattaforme contemporaneamente ed è molto sfuggevole. Non c’è più un investimento singolo per raggiungerla. Tranne gli eSports, il mobile gaming e il gaming in generale, che invece a questa generazione ci arriva. È saggio prendere una parte del budget, metterlo lì e vedere cosa ritorna. Le aziende che lo hanno fatto con noi hanno poi visto dei miglioramenti nelle performance. Quindi partono tutti mettendo un piedino o mettendo piccole cifre, ma poi tornano. Il che vuol dire che l’intuizione è corretta e che probabilmente il nuovo modo di parlare a questo pubblico è proprio questo.

Sebbene a livello internazionale non siano gli eSports più popolari o quelli con montepremi più alti, in Italia siamo appassionatissimi di calcio, e FIFA e PES sono ogni anno tra i videogiochi più venduti. A voi interessano o potrebbero interessare in futuro?

Ci interessano. Non credo che sul lungo periodo saranno i giochi che faranno la differenza in questo settore. Un titolo per essere eSports deve essere disegnato per quell’obiettivo specifico. La realtà dei fatti è che abbiamo bisogno di questi prodotti perché è così che raccogliamo un pubblico molto più ampio. Lo vedo come un piede nella porta: un elemento che aiuterà il settore ad allargarsi ed espandersi molto più di quello che è oggi.

Quali sono i prossimi progetti di PG Esports?

League of Legends e Rainbow Six sicuramente rimangono i prodotti su cui vorremmo investire e fare una progettazione di lungo periodo. A breve aggiungeremo ufficialmente un terzo titolo. L’idea sarebbe, nei prossimi anni, di aggiungere un gioco all’anno per arrivare a un parco di 5-6 prodotti di riferimento come PG Nationals, che è il nostro format di punta. Un campionato nazionale, ufficiale, riconosciuto dal publisher e che qualifica a un percorso internazionale. Vogliamo che il talento italiano abbia la possibilità di avere uno sfogo internazionale e di raggiungere risultati che aiutano, poi, il settore a crescere.

 

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