Ecco come la politica Usa può mettere in ginocchio gli esports

Ecco come la politica Usa può mettere in ginocchio gli esports

Le politiche degli Stati Uniti in tema di immigrazione potrebbero mettere in ginocchio l’esport nell’intero paese. La denuncia viene da Genie Doi, avvocato di Los Angeles specializzato in tematiche dell’immigrazione, in sport elettronici e legislazione del gioco, in una intervista rilasciata a Engadget.com, un blog multilingue su tecnologia ed elettronica di consumo. L’avvocato si riferisce al Fairness for High-Skilled Immigrants Act (S.386), approvato alla Camera a luglio con 300 voti a favore (su 435 votanti), che potrebbe variare la distribuzione delle Green Card necessarie per approdare legalmente negli Usa.

Mi innervosisce il fatto che ci sia stata una così esigua opposizione – esordisce Genie Doi nella lunga intervista -. E’ chiaro che i politici non hanno capito a pieno le implicazioni pratiche che questa legge porta con sé”. Il Fairness for High-Skilled Immigrants Act ridisegna il sistema che sta alla base del rilascio dei visti per entrare negli Stati Uniti, un sistema basato principalmente sull’occupazione. Oggi tutti i paesi del mondo ricevono, ogni anno, lo stesso numero di visti USA, indipendentemente dalla loro popolazione o dal numero di domande, e ciò comporta che paesi come l’India e la Cina abbiano code lunghissime, nonostante “offrano” lavoratori con high skill tecnologiche che potrebbero far molto comodo agli USA. Altri paesi invece hanno talmente poche richieste all’anno che neanche utilizzano tutte le Green Card a loro disposizione.

Cosa può succedere ora, con il Fairness for High-Skilled Immigrants Act? Esattamente quello che dice il nome: verranno favoriti immigrati high skilled, altamente qualificati, a discapito di tutte le altre categorie. E la cosa, stando all’analisi dell’avvocato Doi, avrà ripercussioni per molte categorie, tra le quali anche sportivi e player competitivi. Le 140mila Green Card attualmente distribuite secondo le regole dell’Immigration Act del 1990 (a disposizione per religiosi, investitori e lavoratori qualsiasi), ammesso che rimangano 140mila, verrebbero distribuite privilegiando ingressi altamente qualificati, causando ritardi di mesi (o anni, nei casi peggiori) alle richieste di altre categorie.

Secondo Genie Doi l’impatto sul mercato esport statunitense potrebbe essere addirittura catastrofico. “Se attualmente a un giocatore straniero arruolato in team Usa servono anche 18-24 mesi per ottenere un visto – spiega l’avvocato -, i tempi potrebbero slittare aumentando anche fino a 7 anni. Nel frattempo il player avrebbe già messo la parola fine alla sua carriera. Quello che sarebbe ottimo per i lavoratori indiani e cinesi diventerebbe un brutto affare per tutti gli altri paesi, e soprattutto per alcune categorie di persone”.

“I giocatori iniziano giovanissimi e si ritirano presto – continua Doi -, mentre le squadre nascono e muoiono seguendo l’onda di finanziamenti e scandali. Il Nord America, con 409 milioni di dollari movimentati nel 2019, rappresenta il più grande mercato di esport del mondo, e i giocatori stranieri costituiscono una grossa parte di questo comparto. Intere squadre professionistiche in Overwatch, Counter-Strike: Global Offensive, League of Legends e altri giochi sono composte da giocatori che provengono dalla Corea del Sud, dall’Europa occidentale e dal Canada, paesi per i quali il processo di visto attualmente impiega meno di due anni. Se la Fairness for High-Skilled Immigrants Act diventasse legge, e dunque questa linea temporale dovesse allungarsi, ciò sarebbe insostenibile per molte organizzazioni statunitensi. Non si potrebbe più contrattualizzare giocatori stranieri”.

Ma non solo. Genie Doi spiega che la nuova norma creerebbe grossi problemi anche a chi negli Stati Uniti si reca anche per una semplice competizione. “I pro player stranieri oggi competono negli Stati Uniti grazie al visto per atleti P-1 (che dal 2013 consente ai destinatari di vivere negli Usa per cinque anni), o con un visto di viaggio B1 o B2, che garantisce l’ingresso e la permanenza per un massimo di un anno”. Già ora i giocatori provenienti da paesi in via di sviluppo hanno spesso bisogno di sponsorizzazioni di società statunitensi per ottenere un visto B1 o B2. Per ovviare a problemi di questo tipo sono nati gruppi come eFight Pass, gestito da giocatori dello Street Fighter V pro Sherry “Sherryjenix” Nahn, che tenta di aiutare i player con il supporto di Capcom. “Organizzazioni come eFight Pass sono necessarie, perché il processo di visto negli Stati Uniti è diventato più lento e più opaco”. Il presidente Donald Trump è stato chiaro nel suo intento di rallentare l’immigrazione e Doi assicura che già dal 2017 l’iter per ottenere i documenti si è allungato moltissimo.

“Un esempio? Ho presentato la domanda di un visto e ho appena ricevuto una richiesta di ulteriori prove. Mi chiedono: ‘Perché questa persona deve venire negli Stati Uniti per giocare quando gioca a un gioco online?’. Che dire, questa è la situazione attuale, e tutto può peggiorare con il Fairness for High-Skilled Immigrants Act.” Approvato alla Camera, il disegno di legge è arrivato al Senato, dove verrà sottoposto alle discussioni delle commissioni. Se otterrà sufficienti voti al Senato arriverà alla Casa Bianca, nelle mani di Trump. Genie Doi assicura seguirà tutto l’iter con attenzione, sperando che l’S.386 termini la sua vita con un fallimento al Senato. Altrimenti la scena esports statunitense si dovrà preparare ad una nuova realtà.

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